Tour on the road,  Trekking

LA LEGGENDA DEL MONTE PERUN

DIARIO DI BORDO – GIORNO 28 DI VIAGGIO

Buon pomeriggio Travellers!

Verso l’ora di pranzo, con un bel sole splendente in cielo, ho deciso di andare a fare un pò di #trekking! Proprio vicino al campeggio Draga, dove sono alloggiata, a pochi metri, inizia il sentiero verso il Monte Perun. La gita ha inizio appunto nella località di Mošćenička Draga (Draga di Moschiena); mi incammino su una strada asfaltata per quasi 30 minuti, il che, già non mi piace, ogni tanto in salita passa una macchina e lo scarico del motore è decisamente fastidioso… penso di tornare indietro, forse ho sbagliato percorso, eppure ho visto bene la segnaletica.

Oramai sono qui, ‘penso’, forse tra poco entrerò nel bosco. La strada asfaltata si trasforma in un sentiero cementato, dove un cartello indica l’itinerario e che diventerà una strada senza sbocco. Bene, forse ci siamo! La ripida salita continua, e trascorro ancora qualche decina di minuti a ‘non’ camminare dentro il bosco.

Finalmente arrivo in uno spiazzo, dove c’è un bel cartello che indica l’inizio del sentiero verso il Monte Perun, attraversando il casale di Potoki, che danno il saluto a questo percorso mitologico.

Lungo tutto l’itinerario, con grande gioia e sorpresa, diversi pannelli didattici in lingue diverse, indicavano passo per passo, tutta la storia di questo luogo, chi erano in realtà gli slavi e  la loro provenienza.

Proseguo verso il casale abbandonato di Trebišća situato ai piedi del monte Perun, dove alcuni uomini sono intenti a ristrutturare le case in pietra, sulla destra c’è un ponticello e l’acqua che scorre, rendono il posto ancora più magico e incantato. Le ricerche scientifiche indicano che questi versanti dell’Učka sono stati particolarmente significativi per i primi Slavi immigrati nell’Adriatico.

IL DIO SUPREMO PERUN, e il percorso storico-mitologico

Dietro a questo percorso escursionistico, si cela un antico mito, ispirato dall’ambiente. Nei tempi antichi il dio supremo dei tuoni slavo Perun, governava il mondo dalla cima della montagna lanciando sassi e frecce di pietra a tutto il male che minacciava il suo regno.

Qui si estende un profondo e misterioso valico che nella sua eterna ombra, nasconde una storia vecchia più di mille anni. Questa zona è stata scelta come palcoscenico per le credenze più sacre di questo popolo, un luogo dove si svolgevano gli avvenimenti mitici sui quali si basava il ciclo della vita, come anche la sopravvivenza della razza umana. Sebbene in alcuni luoghi siano state rinvenute vestigia di templi e di statue di divinità slave, la religione slava non era propensa all’iconografia sacra. Quella degli Slavi era una religione pragmatica basata sui cicli della vita – estate e inverno, semina e raccolto, nascita e morte, e come tale, la si poteva individuare a venerare in tutto quello che ci circonda. Nel paesaggio, nella natura, nella cui struttura impietosa ma armonica, l’essere umano veniva collocato come parte integrante.

IL POSTO DEGLI SLAVI TRA I POPOLI D’EUROPA

Tra le testimonianze più importanti sul passato dei popoli odierni, troviamo le lingue parlate da essi. L’inglese, il tedesco, l’italiano e il croato, sono apparentemente lingue molto diverse, ma in esse nascondo numerose corrispondenze a testimoniare la loro antica provenienza comune.

L’ERA ELLA MIGRAZIONE E L’ARRIVO DEGLI SLAVI SULL’ADRIATICO

Verso la fine del IV secolo, i popoli nomadi dell’Asia centrale, con i loro sempre più frequenti spostamenti a occidente, iniziarono a fare pressione sui popoli a est del confine dell’Impero Romano. Tale pressione si estese alle province centrali dell’Impero, dove numerosi popoli germanici cercavano riparo dagli attacchi. L’Impero Romano, ormai indebolito a causa di problemi interni, dopo un periodo di crisi, perse il proprio confine orientale, dando avvio a una delle maggiori immigrazioni della storia. Dalla prima irruzione dei Visigoti nelle province orientali all’effettivo spodestamento dell’ultimo imperatore romani, che regnava su quello che rimaneva del famosissimo impero, trascorse un secolo. In quel lasso di tempo cambiò completamente la struttura etnica dell’Europa, in cui si insediarono i conquistatori germanici. Dopo essersi appropriati di gran parte dell’eredità culturale dell’Impero, essi fondarono i regni che sarebbero poi divenuti la culla degli stati moderni dell’Europa occidentale.

Lo stesso destino toccò agli Slavi, che vivevano ad est delle popolazioni germaniche e che furono spodestati e costretti ad abbandonare la loro terra d’origine. La prima ondata di immigrati slavi arrivò nel VI secolo nella zona dell’Adriatico, dove nel secolo seguente scese dal nord il popolo croato, sotto il cui nome venne costituita la moderna nazione croata.

Al loro arrivo sulla costa adriatica, gli Slavi entrarono in contatto con gli abitanti latino cristiani,che abitavano nei paesi litoranei e nelle città. L’odierna cultura del litorale croato si è forgiata nel corso dei secoli, mescolando eredità culturali slave a quelle latine. La lingua slava iniziò a predominare, così come la religione cristiana e lo stile di vita mediterraneo dei popoli autoctoni.

CONCEZIONE MITOLOGICA DEL MONDO DEGLI ANTICHI SLAVI

Tutti gli indoeuropei, così come gli Slavi, avevano credenze simili derivanti da un passato ancora oggi sconosciuto. Al centro del mondo c’era un’asse (axis mundi), che poneva in comunicazione tra loro gli inferi, il mondo degli umani e quello celeste. Presso i brahmani dell’India quest’asse era rappresentata dal monte mitologico Meru, presso i Greci dall’Olimpo e presso i Germani e gli Slavi ‘dall’albero del mondo‘. Il monte Perun.

(apro una parentesi, avete visto che il logo della mia associazione ZANDRA, è rappresentato dall’albero del mondo?).

Nella cultura slava, quest’albero viene spesso descritto come dub, una quercia il cui tronco si trova su un’isola dietro al mar grande. Le sue radici si trovano negli inferi, attorno al suo tronco si trova il mondo che noi conosciamo, mentre nelle sue fronde, al di sopra  delle nostre teste, si trova il firmamento dal quale viene dispensata la giustizia e punita l’ingiustizia.

Il padrone delle fronde dell’albero sacro, a volte rappresentato da un’enorme aquila sovrastante l’albero, è il dio Perun, dio dei tuoni molto suscettibile, che dal cielo dispensa giustizia. Egli è la personificazione del dio dei tuoni pre-indoeuropeo, che presso gli indiani è impersonato da Indra o Parjanya, presso i Greci da Zeus e presso i Germani da Thor.

Il suo rivale è Veles, dio del bestiame, della terra e dell’acqua e re degli inferi. Immaginato come vecchio e tenebroso, spesso cambia sembianze: a volte vecchio con la barba lunga, altre belva pelosa del bosco o enorme serpente, raggomitolato sulla lana vicino alle radici dell’albero sacro, dove scorrono le fredde acque sotterranee.

L’eterno conflitto tra Perun e Veles costituisce il fulcro della mitologia slava. Qui non si tratta però di un conflitto dualistico tra il bene e il male, bensì tra i due principi rappresentati da queste due divinità. Durante i loro confronti si alternano i cicli della vita e della morte, l’estate e l’inverno.

Arrivo nel piccolo borgo di Trebisca...

TREBISCA

Il pittoresco paesaggio dei mugnai, Trebisca, si trova in fondo al ruscello Potok, che durante alcuni mesi invernali non è irradiato nemmeno da un raggio di sole. Anche questo è uno dei luoghi il cui nome denuncia la propria dimensione mitologica. Sebbene la parola ‘trebisce‘ possa essere interpretata come ‘ terreno dissodato’, nell’antica lingua slava ‘ treba‘, significava sacrificio. Quindi in base al significato del proprio nome si suppone che in passato tale luogo fosse adibito a pratiche sacrificali. Ma a quale entità sarebbero stati destinati tali sacrifici? Se consideriamo che tale luogo è sovrastato dalla vetta Perun e che lungo l’ombreggiato canyon si trova una roccia dal significativo nome Voloski kuk, possiamo immaginare come gli immigrati slavi abbiano potuto collocare il loro mito sull’albero del mondo e sulle due divinità in conflitto che lo abitano.

Questo paesaggio è la metafora della dimensione mitologica: in fondo al canyon si trova la radice dell’albero sacro attorno al quale si è attorcigliato il serpente Veles, mentre sul monte si trovano le fronde su cui svetta la reggia di Perun. Anche se Trebisca, a prima vista, sembra più vicino alla sfera di Veles, qui ci troviamo direttamente ai piedi del monte Perun ed il ripido pendio a sud ci porta sulla sua vetta.

Questo era forse il confine tra i due mondi, un luogo di scontro tra le due divinità. Ad avvalorare questa tesi è la presenza del mulino, la cui presenza fu confermata nel Medioevo, ma probabilmente risalente ad epoche ancora più remote. La tradizione bielorussa narra che Perun avesse creato i tuoni con l’ausilio delle macine del mulino e per tale ragione, nello scontro mitologico, il mulino rappresenta simbolicamente il luogo in cui il dio del tuono uccise il serpente. Le vicinanze del ruscello rivestivano forse ancora un altro ruolo importante nel rapporto tra le due divinità. A tal proposito c’è una storia che ha origini nel lontano passato ormai dimenticato, la storia di una divinità il cui ciclo vitale corrisponde al ciclo naturale, che si ripete di anno in anno.

MOKOS

Tra Veles e Perun si trova Mokos, la ‘Madre Umida Terra’, la dea che simboleggia madre natura e la fertilità. Mokos, probabilmente quale resto del culto della Dea Madre, veniva venerata da gran parte delle prime comunità agricole e si crede che abbia radici più antiche di quelle di altre divinità maschili.

Mokos figura inoltre come protagonista nella storia del conflitto divino: originariamente lei era la moglie di Perun, ma si recava ogni anno per sei mesi nel regno dei morti dal suo rivale Veles, di cui era l’amante. Tale cosa influì probabilmente sulla scomparsa del verde e della fertilità nel mondo.

Mokos era la protettrice delle donne, specialmente di quelle incinte. Essendo la padrona della filatura e del ricamo, presso numerosi popoli slavi, anche molto tempo dopo la cristianizzazione, rimase la tradizione di lasciarle in offerta un filo di lana accanto al focolare affinché venisse in aiuto nell’esecuzione si questi lavori.

Il suo nome è probabilmente etimologicamente legato ai maceratoi (mocila), in cui venivano macerati il lino e la canapa per permettere la divisione delle fibre. L’importanza di questa divinità presso i popoli slavi migrati sull’Adriatico è testimoniata da toponimi quali Mokosica, vicino a Dubrovnik.

PETREBISCA

Questo altipiano sovrastato dal monte Perun ad est, dalla collina Zaglav a sud, dal dorsale del Monte Maggiore (Ucka) ad ovest e dal canyon Potok a nord, è un luogo il cui significato agli uomini è manifesto per molte ragioni. In questa conca naturale, relativamente protetta dal vento, da sempre si accumulava la terra fertile e i corsi d’acqua delle colline circostanti. Gli immigrati slavi hanno probabilmente riconosciuto la qualità di questo paesaggio, tutt’oggi formato da aree di pascolo e terreni coltivabili, traendone vantaggio.

Il toponimo Petrebisca potrebbe essere collegato al paesino Trebisca, ubicato giù nella gola. I suoi abitanti usufruivano di questa terra e del villaggio durante la stagione di pascolo e dei lavori di campo.

Considerato che tale pianura si torva sulle pendici della vetta di Perun, è possibile che questa fosse adibita anche a luogo di culto e sacrifici. (nella foto vedete un cerchio di pietre…). In fin dei conti, era qui, ai piedi del regno di Perun, sulla terra fangosa e fertile, che pascolava il bestiame di Veles. Qui si confrontavano gli dei.

Questa è la storia di questo luogo straordinario, ricco di storia, leggende, dei, credenze. Sono rimasta affascinata, ed è come se in qualche modo questo posto mi chiamasse. All’inizio volevo abbandonare per via della strada asfaltata, ma qualcosa mi spingeva a proseguire. Al ritorno ho anche incontrato a pochi metri alcuni cinghiali, che stavano li, alcuni a riposare, altri a grufolare. Non lo so, ma io nei boschi, mi sento come a  casa. La natura, la madre terra, ritrovo molto di me stessa.

PARCO NATURALE UCKA – MONTE MAGGIORE

Il parco naturale di Monte Maggiore (Ucka) è il monte più grande affacciato sul Quarnero, che da millenni domina la Riviera di Opatija (Abbazia). Nei secoli l’Ucka era sinonimo di vita, della diversità della natura, un paradiso con una varietà naturale di specie endemiche animali protette e vegetali.

Vi sono alcune testimonianze della presenza umana circa 10.000 anni fa, nella quale si insediarono i primi gruppi di cacciatori nomadi, i monumenti geomorfologici formati dall’acqua e dal vento da più di 140 milioni di anni, diverse grotte di interesse speleologico, e borghi  in pietra abbandonati.

Nella mitologia protoslava, l’Ucka era vista come la “casa degli dei“, un luogo sacro per i ‘comuni mortali’.

Ogni cosa ha una sua storia, che parla di dei, fate, gnomi e persone, piante e animali.

Biodiversità – l’Ucka, il Monte Maggiore ospita 10 specie endemiche sotterranee, più di 200 specie di farfalle, 20 specie di rettili, cinghiali, camosci e orsi e oltre 160 specie di uccelli,  tra i quali il più importante è l’aquila reale. Qui ci sono foreste di faggio, rovere, carpino, pino nero e castagno.

 

 

 

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